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SEÀDA cognome corrispondente al nome di dolce seàda, sebàda. Molti linguisti insistono a sostenere acriticamente che questo dolce tipicamente barbaricino derivi dal lat. sēbum, sevum ‘sego’. E ciò per mero richiamo fonico. Ma il sego, ossia il grasso estratto dal bove e dal cavallo, non è utilizzabile per la mensa ma soltanto per ungere scarponi o i mozzi delle tumbarelle. Questa paretimologia si spiega invece con l’akk. šebû(m) ‘essere ripieno; riempire, farcire’. Infatti la sebàda o seàda non è altro che un grosso raviolo riempito di formaggio fresco un po’ salato, scorza di limone grattugiato e semola fine. Il dolcificante naturale più antico della Sardegna è il miele, e la tradizione si mantiene mettendolo sopra la seada fumante. C’è chi preferisce lo zucchero: affari suoi. Altri, come me, preferiscono degustare la seada senza dolcificante al fine di apprezzare meglio i componenti di base. Le seade migliori sono quelle fatte con pasta mista, metà farina 00 e metà semola. Anche la farcitura è molto più raffinata se c’è una mescola di formaggio di vacca + caprino, l’uno e l’altro appena fatti. Ma, attenzione, questi formaggi debbono essere prodotti dal pastore che vi ospita nell’agriturismo.

Salvatore Dedola Glottologo www.linguasarda.com

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