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RISA SAŁDÓNIGGA sass., in greco sardónios ghélōs o sardánion ghélōn, ossia ‘riso sardònico’. La prima apparizione scritta collegabile a questa espressione è in Omero Od. XX 301-302, allorché Odisseo schiva la zampa di bue lanciata da Ctesippo e “ride sardonicamente” (μείδησε δε θυμῷ σαρδάνιον μάλα τοῖον ‘sorrise in cuor suo, però dolorosamente’). L’unica ricostruzione arcaica cui è possibile agganciare l’aggettivo avverbiale greco è il composto sum. sa ‘to burn’, ‘to sting, pungere’ + raḫ ‘disease’, ‘to beat, break, crush’ + du ‘to push, thrust, gore; spingere, attaccare, incornare’ + niḫuš ‘terrifying appearance’, che agglutinandosi (sa-raḫ-dú-niḫuš) porta al significato compatto di ‘dolorosissimo, sconvolgente’.
Ma tanti autori greci e latini seriori, nel tramandarsi a vicenda un’incompetenza culturale sull’omerico σαρδάνιον, sono andati a parare su altri significati, a loro parere legati a un’erba speciale che fa morire tra spasmi di labbra e digrignar di denti; senza peraltro aver mai pensato che Omero con l’aggettivo σαρδάνιον volle descrivere lapidariamente un Odisseo muto e serio, che non aveva affatto sorriso per la provocazione di quel prepotente ma aveva soltanto rimuginato nel proprio animo la giusta vendetta per un affronto doloroso che al momento suggeriva prudenza. Ed oggi arriviamo a Paulis (Nomi Popolari delle Piante in Sardegna 143 sgg.) che identifica nel sd. isáppiu la celeberrima “erba sardonica” o “sardonia”. «Di tutte le specie di Oenanthe questa è la più velenosa. Provoca intossicazioni mortali, caratterizzate da fenomeni di violenta infiammazione gastro-enterica, accompagnati da brividi, sudore freddo, midriasi, angoscia respiratoria, convulsioni, delirio, stupore e talora anche sincope. Il succo della pianta fresca, quando entra in contatto con l’aria, assume un caratteristico colore giallo zafferano. Cresce nei luoghi umidi, soprattutto presso i corsi d’acqua… Possiamo arrivare alla soluzione… (del)… problema etimologico considerando la ricca tradizione del mondo classico relativa ad un’erba velenosa… la cui ingestione provocava la morte attraverso un quadro clinico caratterizzato da spasmi muscolari e contrazione delle labbra, con messa in evidenza dei denti come quando si ride, donde, a detta di molti autori antichi, l’origine dell’espressione gr. sardónios gélōs ‘riso sardonico’… Dioscoride, alex. 14, descrive l’erba sardonica come simile ad un ranuncolo… caratteristico della Sardegna (De materia medica 2, 175,1)». NPPS cita vari passi di Dioscoride, nonché del suo interpolatore, e pure di Paolo Egineta 5,51, di Sallustio (hist.frg. II,10, apud Serv. Ad Bucol. VII,41), di Plinio (N.H. 20,116). «Da tutto ciò discende la conclusione che la ”erba sardonia” dell’antichità era l’Oenanthe crocata, la quale essendo un’ombrellifera molto somigliante al sedano selvatico, era definita da tutti gli autori antichi simile al sedano ed in particolare al sedano selvatico».
Paulis, nella convinzione che, al pari di quasi tutti i fitonimi presentati nelle stesse pagine, anche isáppiu abbia origini greco-latine, conclude così: «Dopo tutto ciò che abbiamo visto sulla tradizione del riso sardonico connesso con l’Oenanthe crocata, non può esservi il minimo dubbio sul fatto che isáppiu, voce oscura per il Wagner, in effetti derivi da risáppiu ‘sedano che provoca il riso’».
Ma Paulis sbaglia. Nel dargli merito di avere operato una vastissima disamina ed una intelligente interpretazione delle fonti disponibili, contesto le sue deduzioni poiché non sortiscono da un confronto fono-semantico tra tutti i lemmi mediterranei disponibili ma solo dal confronto tra lemmi greci. Mentre d’altro canto tutte le descrizioni dell’erba (anzi delle varie erbe simili), nonché le arbitrarie commistioni e confusioni tra ranuncoli ed ombrellifere, sono assai discutibili; come sono discutibili gli effetti nell’ingerirla. Soltanto della cicuta si hanno certezze, mentre la Oenanthe crocata è stata da me mangiata parecchie volte senza conseguenze.
Sul riso sardònico si potrebbe scrivere un libro, ma sarebbe sprecato, perché parlare dell’erba sardònia o del riso sardónio è come parlare del sesso degli angeli. Nella storia di questo appellativo ognuno degli autori è stato coinvolto in un vortice di traviamento collettivo, condito da molta ignoranza, da presunzione e dalla fiabesca distanza tra Grecia e Sardegna, un’isola che i Greci non avevano mai visto ed alla quale, considerata la sua dislocazione nel mitico Occāsŭs Sōlis, potevano conferire a man salva tutti i misteri mediterranei covati dalle civiltà dell’epoca. Tutto ciò portò poeti e pensatori a girare su se stessi sino a parare in una messe di paronomàsie che si stratificò ed ammuffì col passare dei secoli. Il riso sardónio esala puzza di stantio.
Pertanto c’è bisogno di dare la giusta interpretazione al passo omerico, ed ognuno è autorizzato a proposte migliorative rispetto alla mia: ma esorto a formularle con intelligenza. Inoltre, considerato che i pensatori greci si scambiarono e barattarono un riso che, francamente, non poteva essere sorto dal nulla, occorrerebbe apparecchiare a questo riso, se non una cornice storica, almeno una cornice proto-storica, sempre però nell’alveo della logica. A me viene d’inquadrarlo nel sum. šar ‘vacca’ + du ‘imprigionare’: šar-du ‘imprigionare entro la vacca’. Era l’urlo lacerante emesso dai moribondi entro il ventre metallico di questo arnese inventato dai Cretesi e surriscaldato. Altri lo chiamano Toro di Faláride, perché donato al tiranno Falaride di Agrigento da Perillo ateniese. Il sardónios ghélōs fu una cosa orribile, che oggi fanciullescamente possiamo intendere come ‘risata smodata, plebea, esagerata, chiassosa, urlante’

Salvatore Dedola – Glottologo www.linguasarda.com

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