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“SANT’ANTONI DE SU PORCU.
PERCHE’ IN SARDEGNA E’ COSI’ IMPORTANTE?
QUANTO SCRIVERO’ APPRESSO E’ PER GENTE INTELLIGENTE.
 INVITATE I BEGHINI AD APPARTARSI E LEGGERE I ROMANZI DI LIALA.
Cammello Dio. Verme Dio. Coccodrillo Dio. Cavallo Dio. Bue Dio. Pecora Dio. Muflone Dio. Coniglio Dio. Ratto Dio. Legno Dio. Pietra Dio. Acqua Dio. Anguria Dio. Grano Dio. Ruota Dio. Casa Dio. Montagna Dio. Porco Dio.
Ho provato ad affiancare a Dio una serie di epiteti, presi a caso. Nessuno calza bene quanto il Porco. Con questa orribile bestemmia siamo familiari da quasi due millenni. Ma perché Dio non è stato maledetto con centinaia di altri epiteti e si è preferito maledirlo descrivendolo come porco?
Altra domanda è questa: siamo certi che questa lacerante bestemmia abbia origini plebee?
Altra domanda: forse che in questa bestemmia c’entrano Ebrei e Musulmani, visto che essi demonizzano il porco?
Ancora una domanda: Antonio eremita-abate, grande santo del Cristianesimo, che aveva il porco come simbolo sacro, c’entra qualcosa con l’incredibile bestemmia?
Se qualche lettore m’implorasse di occultare quest’argomento assai scabroso, gli risponderei di no, poiché una serie di tasselli portano a colpe storiche ben precise, che vanno smascherate: Quod turpe est, id, quamvis occultetur, tamen honestum fieri nullo modo potest ‘Ciò che è turpe, per quanto lo vuoi nascondere, in nessun modo può diventare onesto’ (Cicerone). Da quanto scriverò, penso ci siano le prove che fanno sedere come imputata la Chiesa romana e, in relazione alla Sardegna, i preti bizantini.
Il tema va affrontato partendo primamente dall’antropologia del maialino. È noto il rapporto dell’uomo mediterraneo col maiale. Stando alla storia, soltanto ebrei e musulmani hanno sempre considerato immonda la carne suina, mentre nel resto del Mediterraneo essa si mangia, si è sempre mangiata. Anche i Sumeri, i Mesopotamici, i Frigi, i Popoli delle steppe, i Cinesi, gli Indiani, gli isolani del Pacifico, i Celti, i Vichinghi, i Romani e quant’altri mangiarono il maiale. Occorre capire perché esistano da tempo immemorabile due concezioni contrapposte, delle quali una fortissimamente minoritaria.
La questione si risolve impostandola (con alcuni distinguo!) secondo la teoria antropologica di Frazer.  Egli ricorda che gli Egizi sacrificavano una volta all’anno il maiale al dio Osiride, poiché il maiale, il cinghiale, incarnava lo spirito del grano: in definitiva, il suino fu, alle origini, il Dio della Natura. Il rapporto tra il cinghiale e il Dio della natura è noto: Adone viene ucciso da un cinghiale, e sprofonda agli Inferi, da cui risorge ogni anno. Il frigio Attis viene ucciso da un cinghiale, e anch’egli ogni anno muore e risorge insieme alla Natura. Oggi in Sardegna abbiamo il Santo del Carnevale, ossia S.Antonio, che si accompagna a un maialino. Anche S.Antonio scende all’Inferno, ed inaugura i riti del Carnevale, i quali altro non sono che i riti d’inizio Anno, di propiziazione della Primavera, della rifioritura della Natura.
In realtà, il maiale, il cinghiale, fin dal Paleolitico fu identificato tout court col Dio della Natura, e nei miti tramandati dalla storia troviamo il Dio-e-il-maiale talora affiancati (come nella divinità vichinga), talora contrapposti in un rapporto di morte-e-resurrezione. Perché tanta considerazione per il maiale, per il cinghiale? La risposta si ha osservando le abitudini dei cinghiali all’arrivo delle piogge: le foreste, il loro habitat, vengono grufolate in modo parossistico. Talora interi chilometri quadrati vengono “arati” (dipende dalla densità della presenza suina), con profondità che vanno dai 20 ai 50 cm.
Agli antichi quel furioso rimestio delle zolle non passò inosservato, e fu proprio da tali “arature” che s’inventò l’aratro, imitando la bestia che rendeva fertili immensi territori senza bisogno della fatica umana. Già Eudosso di Cnido (408-355 a.e.v.), astronomo e matematico greco, si era accorto che gli Egizi non risparmiavano il maiale per avversione, anzi: quando le acque del Nilo si erano ritirate, mandavano nei campi i branchi dei maiali, i quali “aravano” tutto.
 «Il miracoloso intervento del maiale nei campi ha il suo rovescio: troppe bestie indisturbate danneggiano le colture. E quando un essere è soggetto a sentimenti così contrapposti, ha un equilibrio instabile. Col tempo, uno dei due sentimenti prevale, e il maiale assurge al divino o sprofonda nel demoniaco. Presso gli Ebrei e in Egitto prevalse la demonizzazione» (Frazer). Ma non sono affatto convinto di questa tesi. Mi danno ragione gli scavi archeologici della Cananea del 1000 a.e.v., che mostrano un consumo normale dei maiali nei villaggi dei bassopiani e delle pianure. Non si riscontrano resti di tali pasti sugli altopiani.  Ma la ragione di ciò è fin troppo evidente: sugli altipiani boscosi i suini erano soltanto allevati, e venivano portati in pianura per lo smercio. È un po’ quanto accadeva nell’antica Roma per i prosciutti e le salsicce: i suini erano allevati nella Gallia cisalpina e nel territorio parmense, ed i loro immensi branchi venivano costantemente sospinti fino alla Capitale, nei cui dintorni i Galli preparavano i prosciutti e le salsicce per i Romani (come dire: dal produttore al consumatore).

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